L’Ideale e la Missione

3. – L’IDEALE.
Le zie paterne, tre delle quali – Maria, Enrichetta, Giovannina – erano maestre elementari, aiutavano molto la mamma nell’educazione di Giustino; se lo portavano in classe dove apprendeva le prime nozioni e rendeva piccoli servizi. Un giorno tornava dalla scuola al fianco della zia Giovanna, reggendo i registri sottobraccio. Rachele Marrone che camminava dall’altro lato chiese a bruciapelo:
- Giustiniello, (così lo chiamavano allora e così continuano a chiamarlo ora le pianuresi anziane) che farai da grande?- Il prete! Rispose con prontezza.- …ed io la suora! Verrò anche a confessarmi da te, ma… non vorrei penitenze pesanti.- Puoi stare tranquilla: t’imporrò qualche quaresima a pane ed acqua, quindici poste di rosario al giorno…Zia Giovannina sorrideva beneaugurante. Il piccolo – dunque – già godeva fama d’austerità. Li ritroveremo insieme agli inizi dell’Opera.

4. – LA MISSIONE.
Quell’anno partì un paesano (Il Signor Ciro Varchetta.) per il Seminario; la mamma e i familiari in pianto lo salutavano dal balcone mentre egli, asciugando le lacrime, si allontanava in carrozza. Giustino, presente alla scena, commentò con stupore:- Perché piangi ? potessi andarci io!- Don Giorgio Mele racconta che egli e i primi, assistendo in parrocchia alla vestizione di seminaristi, piangevano.- Non verrà mai il nostro turno, dicevano? Nessuno farà un miracolo per noi?I Seminaristi invidiati non diventarono sacerdoti; il loro posto è stato pigliato da diciassette pianuresi che l’Opera di Don Giustino ha dato alla Chiesa. È la sua missione.
Seguiamolo mentre il Signore lo prepara. Completati i primi tre anni di scuola elementare, provvide alla sua maggiore istruzione la zia Giovannina. Essa era cresciuta presso gli Scherillo, a Soccavo; lo zio; Canonico Giovanni Scherillo, umanista insigne e archeologo di fama europea, aveva influito molto sulla cultura e sull’educazione della nipotina prediletta. Un detto allora popolare affermava: “in casa Scherillo anche i gatti
sono intelligenti”. Zia Giovannina, perciò, era ben preparata al compito che volontariamente si era accollato. Solo per il latino chiamò in aiuto il Parroco del tempo, il degnissimo Don Orazio Guillaro. Giustino era assiduo alle lezioni. Qualche volta che la zia, indaffarata o sofferente cercava di esimersi, egli con bel garbo supplicava:- Zia, almeno un quarto d’ora!Così fece progressi rapidissimi e bisognò pensare a chiuderlo in Seminario. La famiglia di don Giustino, pur essendo agiata, in seguito ad un infortunio sul lavoro occorso a papà Luigi, in quel periodo dovette ricorrere al barone Zampaglione. Egli godeva fama d’uomo caritatevole, specialmente per i maritaggi che annualmente assegnava su proposta del Parroco. Mamma e figlio scesero a Napoli per confidare al Barone la loro pena: Giustino con quella salute non poteva fare, come suo padre, il costruttore all’aperto.., poi sarebbe stato un peccato sciupare un così bell’ingegno. – Faccia il calzolaio ! rispose secco il Barone. Giustino – il viso di porpora, gli occhi gonfi di pianto – non fiatò. Appena usciti, la mamma con fierezza e tenerezza lo rassicurò:Non temere: mamma ti farà prete anche a costo di impegnarsi gli occhi. In casa furono tutti d’accordo con lei. Il padre e gli zii lo accompagnarono a Pozzuoli. Proprio quel giorno la commissione esaminatrice stava vagliando i candidati; conveniva pertanto aspettare in parlatorio l’esito degli esami. Fu splendido: lo ammisero in seconda ginnasiale. Ancora oggi il canonico Colonna, ottantenne, ricorda la vivacità e la prontezza del Russolillo e afferma “non m’è mai più capitato un caso simile”.