Nascita e Infanzia

I. – LA NASCITA. Il 18 gennaio 1891 Pianura si svegliò sotto la neve; mai se n’era veduta tanta. Durò dodici?tredici giorni. Crollò qualche vecchia casa.I parenti avrebbero voluto rimandare il battesimo per organizzare i festini. Era il terzo maschio e si distingueva dagli altri tanto che la levatrice, zia Girolama, con la confidenza che le consentiva l’età avanzata e l’ufficio delicato, tenendo in braccio il neonato, disse alla puerpera: – Questo figlio non è come gli altri; con chi l’hai avuto? – Il Signore Vi perdoni, comare mia, rispose sorridente Giuseppina Simpatia, nient’affatto offesa ma commossa, perché aveva tradotto benissimo il significato di quella battuta “è frutto del cielo e non della terra”. Questa prima impressione resterà immutata: dovunque andrà, con chiunque tratterà, Giustino comparirà sempre come l’uomo di Dio, una creatura del cielo vivente sulla terra. Il giorno dopo, Giuseppina avvolse il neonato in uno scialle, chiamò il marito Luigi e gli disse molto risolutamente:- Il Signore ci manda i figli per la sua gloria e non per i nostri festini; mandiamo subito a battezzare questa creatura.

Luigi precedette il piccolo corteo spalando la neve. La levatrice osservò che il bimbo, rimasto quieto durante il sacro rito, al momento dell’infusione aveva abbozzato un sorriso di beatitudine celeste.- Sentite che vi dico, divinò poi alla mamma, questo bambino sarà prete, e fin d’ora pretendo una messa per l’anima mia. 2. – L’INFANZIA. Fin dai primissimi anni, fu chiaro che Giustino non era fatto per un mestiere, nemmeno per una professione: egli aveva una missione. L’ingegno precoce, la docilità assoluta, la pietà singolare lo preconizzavano sacerdote. Era tutto sale, né gli mancava qualche acino di pepe. – Perché, domandò allo zio Giuseppe, perché i morti li chiamano “la buonanima”? Si diventa buoni dopo la morte ? – No, spiegava lo zio, dobbiamo diventare buoni durante la vita; dopo la morte ci chiamano buonanima per pietà, ma solo il Signore conosce la verità. Secondo una credenza popolare le creature molto giudiziose campano poco; perciò le vicine di casa pronosticavano male. – È troppo intelligente, dicevano, non può andare innanzi.- E perché ? rispondeva la mamma lusingata e risentita, forse solo gli scemi vanni innanzi?

La nonna, Giuseppina Scherillo, istruita e lesta, troncò una questione del genere con una sentenza d’oro: – Ve lo dico io dove stava questa creatura: nel talento di Dio ! Non gli mancava il pepe. La vecchia Santina prillava il fuso; egli, lesto, l’acchiappava e tirava. – “Statte sora, statte sora” (Stà fermo), biascicava la vecchia. Egli le rifaceva il verso fino a che, infastidita, Santina aggiungeva: – Madonna mia, pigliatillo! E l’impertinente, di rimando, correggeva a pigliatella. Stava, quieto, solo quando poteva celebrare, confessare, predicare all’uditorio senile delle casigliane che poi si sdebitavano insegnandogli il ricamo, l’uncinetto, la calza tanto che da grande egli fu un competente nel distinguere ed apprezzare i lavori donneschi. Era il benvenuto in tutte le cucine: non gli importava il meglio o il peggio, gli premeva solo di scansare le patate.