Le Malattie e le Prove

24.- LE MALATTIE. Tutti dicono che il sigillo della virtù è costituito dalla sofferenza. Don Giustino soffrì molto, fisicamente e moralmente, nella prima parte della sua vita abbondarono le sofferenze fisiche, nella seconda sovrabbondarono le sofferenze morali. Le une e le altre fiaccarono il suo fisico e lo avviarono immaturamente alla tomba. Nacque gracilissimo, tanto che i medici gli davano pochi giorni di vita, e gracilissimo rimase. Dopo il primo anno di seminario tornò a casa malato. La zia Michelina l’accompagnava fuori l’abitato perché respirasse aria pura, e, seduti vicini, conversavano pregavano sferruzzavano. Così li sorprese un giorno fra Bartolomeo, un laico francescano, improvvisatore di versi alla buona, molto popolare e assai venerato. Si fermò, si informò e, con aria ispirata, affermò: “Tu fino a venticinque anni soffrirai assai; poi farai molto bene alla Chiesa” Zia Michelina preferì non parlarne coi familiari; svelò l’aneddoto ai primi congregati. Passava di crisi in crisi e sempre le superava. Nei primi anni della vita comune mi pare nell’inverno del ’22 – ce ne fu una violenta. Era sera. I ragazzi salivano ai dormitori sulla Chiesa ed egli, sentendosi male, si ritirò in camera. Non passò molto e i due che dormivano nella stanza attigua l’udirono lamentarsi: “O Buon Gesù! Vergine Maria ! S. Giuseppe mio ! “.

Chiesero permesso e, non ricevendo risposta, entrarono. Lo trovarono a terra svenuto. Michele Fontana (aveva 14 anni) lo sollevò come una piuma, l’adagiò sul letto e diede l’allarme. “Preghiamo il Signore che non ci lasci orfani “, disse don Francesco Sepe, e intonò le litanie dei santi cui rispondemmo con lagrime. Intanto arrivò la mamma la quale, al primo sguardo, capì. – Voi dovete mangiare, figlio mio, dovete nutrirvi, figlio caro; ho fatto tanto per portarvi innanzi. La crisi era stata provocata dal digiuno sproporzionato al lavoro di cui era sovraccarico. Col tempo non avrà più bisogno di queste mortificazioni lo sazieranno di amarezze. Altra grave crisi l’ebbe nel 1931 per disturbi cardiaci e dovette trasferirsi a Baia dove restò parecchio tempo ospite delle Suore. Vi si decise dopo pressanti insistenze. Più tardi, egli stesso scrisse alla sorella Giovannina che mai dovrà ripetersi, né per sé né per gli altri, un caso del genere.Ogni crisi gettava nella costernazione la Congregazione, la famiglia, il paese. Egli però aveva raccomandato che non si allarmassero perché non sarebbe morto se prima la Congregazione non fosse ben piantata. In quegli anni avvenne l’incendio famoso. Fratel Salvatore Ricciardi nella notte fu svegliato dal fumo e dal puzzo di bruciaticcio.

Si alzò per ispezionare: uscivano dalla stanza del Fondatore. Forzò la porta. L’aria pura, avvivando la fiamma cupa che serpeggiava nella lana, gli svelò la causa: Don Giustino prima di addormentarsi aveva dimenticato di staccare la spina del termoforo che, surriscaldato e incandescente, appiccò fuoco al materasso, alle lenzuola, alla camicia e sagomò il corpo del Fondatore senza produrgli la minima ustione. Come aveva resistito in quell’aria irrespirabile? Per parecchi giorni vi rimase l’odore acre della lana bruciata.Egli, confuso e rammaricato, si limitò a dire: “Misericordia quanto danno ho fatto ! “. Suonarono le campane. Molti fedeli accorsero all’invito più del solito mattutino e cantarono una messa di ringraziamento. Le suore conservano la lana e gli indumenti bruciati. Nel 1936 sopravvenne la più grave delle crisi tanto che egli stesso chiese l’olio santo. Glielo amministrò Don Nicola Verde. Nella prima predica fatta alla Comunità dopo aver superato questo collasso, esordì con l’esempio scritturale del giovane re Ezechia, il quale sul letto di morte con le sue lacrime intenerì il cuore dell’onnipotente e ottenne altri 20 anni di vita. Qualcuno pensò ad un errore (perché Ezechia ne ottenne 15 invece sembra che il computo fu esatto per lui. Dopo altri 20 anni incompiuti è morto! E qui devo dire che don Giustino non tanto facilmente si arrendeva alle malattie.

Osservò sempre alla lettera ciò che aveva prescritto: “Gli infermi ordinari cercheranno di curarsi senza mettersi a letto “. Due Eccellentissimi Ordinari, premurosi della sua salute, in due differenti circostanze, recatisi a visitarlo l’uno a Baia l’altro a Pianura, dissero quasi con le stesse parole: “Altro che malato! I malati siamo noi “. E che meraviglia? Ci cascavamo tutti. Nei primi anni di sacerdozio la mamma gli comunicò un invito all’esequie. “Oggi non vado, rispose, non mi sento bene “. Poco dopo vennero a chiamarlo per un moribondo. Accorse subito.- Figlio mio, avete detto che non vi sentite bene.- Mamma, qui non si tratta di due lire, ma di un’anima da salvare. Lo spirito dominava la carne che non osava resistere all’impegno della sua volontà.. “Deve considerarsi ed essere considerato vero tesoro in se stesso e nella casa, per se stesso e per la comunità, ogni nostro infermo.., tesoro anzi per tutta la Congregazione e per tutta la popolazione tra cui viviamo, e oltre ancora, tesoro per il suo apostolato dei patimenti assieme al Divin Crocifisso “. Tale eravate voi, o Padre caro: un tesoro nascosto!

25- LE PROVE. Da soldato aveva scritto alla zia Giovanna (9 giugno 1918):”E’ buono che lo sappiate, il vostro stato interiore è molto adatto alla purificazione del passato, alla santificazione del presente, alla gloria dell’eternità. Se vi trovate in croce, non vogliate scenderne prima della morte e della risurrezione”. Si trovò anche lui in croce e le sue agonie duravano settenni.I mali fisici non lo avrebbero fiaccato tanto presto se non si fossero alleati alle prove morali. Fino a che si trattava di se stesso. Riusciva a superarle, ad ignorarle addirittura; ma quando si trattava della Congregazione soffriva e gemeva: ” tristis est anima mea usque a mortem”. Nel ’34, allorché gli sospesero tutti i permessi – non più accettazioni non più professioni non più ordinazioni provò lo strazio di un padre che vede sfiorire lentamente la sua creatura condannata a morire. Poi vennero le prime due visite apostoliche (dal ’41 al ’46). Egli le aveva sollecitate e le definì preziose, ma paventò che gli svisassero la natura e la finalità della Congregazione che non era sua. E qui mi permetto inserire un ricordo personalissimo. Tornava da un corso di predicazione perfettamente all’oscuro della venuta del secondo visitatore apostolico, riferii a don Giustino l’esito della predicazione e chiesi il permesso di ritornare sul posto per un altro invito.

- A proposito, interruppe sorridente, io non sono più niente. Abbiamo un Visitatore che è anche Superiore Generale, un padre francescano (e, notando il mio stupore crescente aggiunse), è una grazia; un figlio di S. Francesco saprà comprenderci. Rivolgiti a lui. Parlava sereno, lontano, come se l’avvenimento riguardasse altri. Ricordai allora la sentenza evangelica: “nisi granum frumenti cadens in terra mortuum fuerit, ipsum solum manet “. Fra la seconda e la terza visita si inserisce la porpora fulgente dell’Eminentissimo Cardinale Luigi Lavitrano. Fin dal 1939 il nostro Padre Fondatore aveva confidato a don Saggiomo un sogno misterioso. Erano stati sorpresi, loro due, da una bufera d’acqua e vento; una voragine apertasi d’improvviso innanzi ad essi stava per inghiottirli, allorché un piccolo sacerdote sconosciuto li sottrasse al pericolo e li mise sulla strada buona; poi – stranezza dei sogni ! – ebbero l’impressione che fosse un Cardinale e che li accompagnasse a Roma profferendosi di presentarli al Papa. Don Saggiomo volle che altri fossero depositari di quella confidenza per il caso di un avveramento. Nel ’45 il Cardinal Lavitrano fu nominato Prefetto della S. Congregazione dei Religiosi. Un gruppo dei nostri, con Don Giustino, andò ad ossequiarlo nella natia Ischia.

Al ritorno don Saggiomo, alla presenza degli altri che erano al corrente del sogno, chiese al P. Fondatore – È questo il sacerdote del sogno? – È proprio lui! Doveva dunque avverarsi la seconda parte. Il 10 aprile 1947 l’Em.mo Principe venne a presiedere personalmente il Capitolo generale nel quale il Fondatore fu rieletto Superiore Primo. L’anno seguente il Santo Padre lo assegnava come Cardinale Protettore delle due Congregazioni. Dopo l’immatura scomparsa dell’insigne canonista che, anche morto, volle sostare nella nostra casa di Posillipo prima dell’imbarco per Ischia, ci furono altre visite, altri malintesi, altri provvedimenti. Una potatura sapiente giova sempre, ma è una sofferenza. “E’ tempo di tribolazione – scriveva il 22 settembre 1953 ad un confratello – compenetriamoci l’uno delle pene dell’altro e troviamo il conforto alle nostre unicamente nel dare conforto alle altrui. Poiché non intendiamo mai, con la Divina Grazia, rinunziare alla santità, per l’unione col Signore! Qui sta la nostra pace “. Le frequenti e violenti eruzioni cutanee, i gravi disturbi circolatori, l’ultimo tumore maligno non sono fenomeni strettamente fisiopatici. – I medici non potranno mai capire e curare la mia malattia, disse al suo segretario. Molte volte ci aveva detto nel passato “ho sempre davanti agli occhi S. Alfonso “. Sembrava un pessimismo assurdo.

Gli avvenimenti gli hanno dato ragione. Nell’ultimo anno avrebbe potuto affermare col salmista: “Le lacrime sono state il mio pane giorno e notte” e l’abbondanza e l’amarezza delle lacrime non sono riuscite a spegnere la fiamma della carità che lo legava con fortissima affezione al Signore Dio, alla S. Chiesa, ai Superiori, all’Opera in generale e a ciascuno dei suoi figli in particolare. Una frase rivela l’eroismo sconfinato della sua ubbidienza “Non è un martire soltanto chi confessa Dio davanti agli uomini, ai anche chi confessa gli uomini davanti a Dio” Proprio entrando in un tunnel la locomotiva sente che scarseggia il combustibile. Lascerà tutti nella caverna buia ? per fortuna essa scorre sui binari ed ha un macchinista sagace ed esperto: sbuffa, arranca, trascina tutti i vagoni fuori il tunnel, e si ferma esausta. Don Giustino in un momento buio per la Congregazione ha sentito di venir meno; per fortuna stava sul binario della divina volontà e lo guidava lo spirito di Dio: la sua ferma e umile speranza ha trionfato. “Mi sento solo”, disse. Avvolto da caligine scura un uomo sovraccarico avanza sul ciglione di un colle impervio; sente il suolo sussultare scosso da boati sotterranei e le frane precipitare con fragore nella valle. Ha un presentimento nero. Chiede: cos’è?

- Avanti, avanti! Gli risponde il Cielo. E va avanti, ma ode voci severe di condanna e scuse inascoltate. Trasalisce e chiede: perché? – Avanti, avanti ! impone la voce dall’alto. Ora, nell’oscurità sempre più fitta, gli arrivano gemiti e invocazioni; gli sembra di distinguere voci note e care. Piangendo chiede chi è? – Avanti, avanti! Incalza l’Altissimo Iddio. E la tua storia, o Padre benedetto! Sarebbe insipiente chi volesse cercare o assegnare le responsabilità. E la sorte dei Fondatori. Dobbiamo cantare con S. Alfonso “Quanto degna sei d’amore, o Divina Volontà “.