Le Virtù

23. – LE VIRTU. La sua anima era un giardino di meraviglie: a) A tre anni nemmeno finiti, una maestra, credendo di fare un complimento alla zia Enrichetta, sollevò Giustino fra le braccia e lo baciò. Egli torcendosi, divincolandosi, urlò pianse. – Lasciatelo, me lo fate ammalare, implorò la zia. Da quel giorno ogni volta che si avvicinava l’amica egli correva a rifugiarsi presso la zia, a nascondere il suo viso fra gli abiti di lei e tremava e si aggrappava… Divenuto grande poté affermare: “Molti devono imporsi violenza per allontanarsi dalle donne, io devo impormi violenza per avvicinarle” (Deposizione di D. Francesco Sepe). b) La penitenza era la sentinella armata che vegliava sulla sua purezza. In seminario gli alunnetti curiosando nel tavolo del loro prefetto avevano trovato il cilizio; pur non comprendendo bene, inorridirono e lo riposero in fretta (Deposizione di Giuseppe Simeoli, suo alunno). A casa anche Ciro, ancora borghese, frugando nelle cose del fratello sacerdote, trovò le catenelle. Ignaro del loro uso pensò che gli sarebbero state utili per giocare più realisticamente a “ladri e carabinieri “.

Don Giustino, accortosene, le sequestrò senza chiassate. Più di una volta mentre predicava gli si sganciavano sul braccio. Egli con garbo disinvolto le faceva scivolare nella manica fino alla mano e le nascondeva in tasca. Solo i più attenti notavano questi suoi movimenti. Queste penitenze furono molto praticate fra i primi aspiranti che avevano imparato a costruirle e applicarle. Mai insistette su queste mortificazioni corporali. La grande mortificazione del vocazionista deve consistere nella modestia liturgica e nel lavoro continuo. “Il Vocazionista, diceva, non deve mai aver tempo di pensare a se stesso”. Vicino alle parrocchie voleva che vi fosse il vocazionario nel quale, espletato il lavoro del ministero, il parroco poteva dedicarsi al lavoro della scuola e della disciplina, senza possibilità di oziare.A chi gli chiese un regolamento minimo di mortificazione consigliò: “Evitate ogni sguardo inutile, ogni parola inutile, ogni pensiero inutile”. c) “Il primo travaglio è l’orazione”. Voleva che si pregasse dappertutto, entrando e uscendo, salendo e scendendo, in casa e fuori; rosari interi, offertori del Prez.mo Sangue a decine, atti di amore a centinaia, giaculatorie a migliaia.., in attesa di essere elevati a forme superiori di orazione.

Faceva già un’ora di meditazione al giorno quando sentì dire dal Padre Piccirelli che la spiritualità di un’anima va misurata dalla necessità che essa sente di prolungare la meditazione; decise allora di fare una seconda ora nel pomeriggio. Spesso fu sorpreso in piedi con le braccia spalancate assorto nella contemplazione di Gesù Crocifisso. Altre volte dall’anticamera l’udirono implorare concitato: “Gesù mio, ferma, ferma, abbi pietà” e lo videro uscire poco dopo con gli occhi lacrimosi. d) L’orazione gli era agevolata dall’umiltà, una umiltà che ci edificava e ci esasperava. Tutti convengono che bastava guardarlo per scorgerne la virtù e ascoltarlo per acquisirne la certezza: perché, dunque, non si moveva? non si presentava agli oppositori? non li ammansiva con l’irradiazione della sua forza soprannaturale? Aveva scelto il motto di Isaia, “in silentio et spe erit fortitudo vestra “.Di fronte a rari timidi tentativi di infrangere la consegna, la sua sofferenza fu così evidente e la sua reazione così vivace che anche noi avevamo paura di riuscire indiscreti chiedendo indagando annotando…Una forestiera attratta dalla sua fama di santità era venuta a Pianura per consultarlo e, senza conoscerlo, l’incontrò in chiesa:Vorrei vedere il santo, chiese. – Volete vedere il nostro santo? Venite con me. L’accompagnò all’altare del protettore S. Giorgio.

e) L’umiltà non è debolezza, non è rinunzia. Il superiore deve essere prima medico e poi chirurgo. L’amputazione è un rimedio estremo. Egli sapeva curare con infinita pazienza, ma appena s’accorgeva dell’incorreggibilità non esitava a stroncare. Così una volta accompagnò fino al cancello un alunno del vocazionario e subito dopo, suonata la campana, convocò la comunità per cantare il Te Deum. f) Nel prossimo vedeva Dio. Ho letto un biglietto vergato da lui in fretta: “Fate la carità – ma subito – di fare aggiustare a mie spese il finestrino della stanzetta in cui soffre la cieca zia Rosina. Col vento che tira, la poveretta ci muore. Fatelo fare proprio subito. Grazie “. E un altro : “Distribuite voi le elemosine ai poveri, lire 3.300 a 33 poveri, lire 100 ognuno. Questo è in onore di S. Giuseppe ogni mercoledì “. Memore della massima evangelica: “date et dabitur vobis” largheggiava con gli indigenti. La sorella Suor Maria Giovanna era rientrata da un lungo giro con 10.000 lire; egli senza neppure toccarle ordinò a Don Vaccaro, che si era trovato presente, di darne 7.000 alle suore della cucina e 3.000 ai poveri. Questa prodigalità induceva nella tentazione di mormorare. Un mercoledì ci capitò la superiora di Camporotondo “Pensa agli altri – disse – e non pensa che a noi manca tutto “. Quel giorno stesso un colono della Parrocchia venne a scaricare provviste abbondanti.

Don Giustino, avvisato, volle, contro il solito, accompagnarlo presso le suore le quali, veduto il Fondatore, gli andarono incontro riverenti e festanti.- Un’altra volta non mormorate, ammonì con severità.La superiora si rincantucciò appiccinita; avrebbe voluto sprofondare.Se era sfornito di danaro, pregava qualche padre della casa di elargire direttamente un soccorso. – Quanto gli hai dato? chiese a Don Esposito che l’accompagnava. – . . .cinquanta lire! E che può fare il poverino con 50 lire? – Non avevo altro. – Non sta bene, non sta bene… e scuoteva la testa. “La nostra povertà non dev’essere considerata come un impedimento alla pratica delle opere di misericordia corporale”. E per i malati? Per curarli, diceva, vendete anche le pissidi. E per i difettosi? Se la virtù non avesse frenato la sua lingua, egli sarebbe stato un brillante umorista. La frusta della satira nelle sue mani avrebbe strappata la pelle, lacerate le carni. Afferrava subito il lato ridicolo delle cose, delle persone, delle situazioni… ma taceva. E per i colpevoli? un sorriso mesto, una caramella in più erano la prova dell’avversione irriducibile eh e egli sentiva per il peccato, mai per il peccatore. Terminò bruscamente una predica con questa sentenza: “Se non avremo la carità del prossimo, cadranno su di voi i rigori della divina giustizia” e lo disse con tanta forza che gli uditori aggricciarono.

g) Il profondo raccoglimento non lo rendeva uggioso. L’anima sua vibrava al contatto delle cose belle e buone. Con spontaneità si elevava dal naturale al soprannaturale e tutto gli offriva spunto per esortazioni ascetiche. Sempre sereno e lieto, nelle ricreazioni rideva di gusto per qualche battuta spiritosa. Da seminarista i pulcini gli saltavano addosso. Egli, immobile, lasciava che salissero fin sulle spalle e, pigolando, gli beccassero i denti reputati chicchi di risone. Da sacerdote predilesse i colombi; alle undici li invitava con gesto mite delle braccia ed essi gli aleggiavano intorno, gli mangiavano in mano.Una volta, passando sotto il balcone della sorella, chiamò forte. La novità fece accorrere lei e la figlia con un po’ di batticuore. Egli mostrò loro alcune bacchette di gladioli buttate fra i rifiuti e “Sono ancora vivi, disse, non vedete ? sono come una creatura viva; toglietene la parte secca e rimetteteli nell’acqua”. A un alunno che ogni mattina, nel rassettargli la stanza, spostava un vaso di begonie senza badare alla sua orientazione, disse “Quanto sei crudele ! non vedi che ha bisogno di sole ? così la fai soffrire “. Più volte l’hanno spiato mentre, accanto a un’aiuola, ragionava con i fiori della Bellezza di Dio e l’esaltava e le si univa…