La Provvidenza

22.- LA PROVVIDENZA. Dicono che nelle opere di Dio il problema finanziario è il meno importante. Ci credo. Credo pure che è il più fastidioso. I primi aspiranti si industriarono di bastare a se stessi. Dormivano nei cameroni sull’atrio della Chiesa come guardiani delle macchine della pia unione (ottenendo il doppio vantaggio di giustificare la vita comune non ancora autorizzata e percepire un modesto compenso), facevano scuola serale, servivano in parrocchia come chierichetti, e così racimolavano gli spiccioli per i libri. Le giovanette della pia unione e – più tardi – le suore, per sopperire alle prime necessità della comunità maschile, tolsero i pochi risparmi dai loro libretti postali e iniziarono le questue. Trascinavano attraverso il paese fasci di legna, sporte di verdura, cesti di frutta, senza rispetto umano, spesso derise, qualche volta minacciate. Il padre di Rachele, Giuseppe Marrone, nel benedire la figlia che si ritirava a vita comune, presago delle difficoltà, le aveva detto: “Non ti avvilire; se il Signore benedirà l’opera, persevera… e se no, la casa nostra è sempre aperta “. Invece il fratello maggiore la qualificava zingara, facchina, pezzente, e la minacciava di morte. Oggi non possiamo misurare i sacrifici di queste prime giovanette che, disprezzando i

calcoli umani, rischiarono un’impresa che non aveva il crisma dell’indefettibilità; in caso di fallimento, esse sarebbero sprofondate con l’Opera nella voragine del disprezzo paesano. Immacolatina Marrone, nell’entusiasmo, arriffò una catenina d’argento – allora di moda – e volle consegnare personalmente a Don Giustino il ricavato, nove lire in una busta; ne ebbe, come ringraziamento, un ditale arrugginito e una bustina d’aghi. – Questo sapete che significa? dovete lavorare sempre per le vocazioni, non stancarvi mai. Un guardaroba con annesso laboratorio di cucito e rammendo era diretto da Maria Melissari – oriunda di Catona, carattere fiero, anima ardente – che in seguito cedette anche l’abitazione e si adattò a convivere con la sorella. In ultimo vestì l’abito di suora.Un laboratorio festivo di arti belle funzionava a via Napoli: vendevano i lavori e devolvevano il ricavato per le vocazioni. La Provvidenza vegliava sulla nuova istituzione anche se non mancavano i periodi critici, superati sempre dall’abilità delle suore fiduciose nella Divina Provvidenza. Non mancano esempi di tangibile protezione del Signore. La superiora della cucina sa che i ragazzi alle tredici, uscendo dalla scuola, vogliono mangiare; a mezzogiorno, posta la caldaia a bollire, esce in nome di Dio e percorre il Corso Duca d’Aosta senza nessun incontro;

al ritorno, mentre passa sotto le finestre di Fortunato Cioce, lo scorge a tavola con i figli.., rallenta indugia saluta e quanto è necessario per la mensa vien dato con generosità. Quasi ogni giorno Don Giustino riceveva per posta piccole offerte che passava alle suore della cucina. Un giorno gli arrivarono solo dieci lire ed egli ricordò di averle promesse a un filiano per un caso pietoso. Sono arrivate solo queste dieci lire; fate la spesa e… riportatele indietro! In cucina risero. L’incaricata si recò a via Carrozzieri presso Menicuccia, la fornitrice abituale. Venite a proposito, disse costei alla suora, debbo consegnare questa roba e me ne è mancato il tempo; mi risparmiate un impiccio. C’era il pranzo completo. E le dieci lire tornarono indietro… Eccone un altro più recente. Scadevano gli ultimi buoni annonari di farina presso la Sepral. Suor Concetta volle interessarne personalmente il Fondatore. – Sarebbe un peccato perderli, disse lei. – Non dovete perderli, convenne anche lui. – E non li perderemo, ma… vogliono essere pagati, e subito. – E voi volevate la farina senza pagare? Pagate e… portatemi il resto.

La suora, avvilita, rimasta sola cominciò a piangere. Un ragazzo impietosito riferì a Don Giustino. – Dite alla suora di non fare smorfie. Domattina vada presso la Signorina Anna Mele e le dica che la Madonna le ha fatto la grazia. La suora noleggiò il carretto e lo mandò innanzi. Essa andò, ambasciatrice di gioia, alla piissima signorina che, festante e grata, le dette ventimila lire con le quali pagò la farina e portò lire 170 a Don Giustino. Questi, ricevendole, ammonì: – Il Signore non ci ha mai abbandonato. Imparate ad avere più fede. La dote precipua per le suore addette alla cucina è, dunque. una fiducia sconfinata nella Provvidenza. Suor Rosa Vassallo, che è una veterana della cucina, attesta che nei primi tempi questa esigeva un miracolo continuato. Tutte le suore vissute nei Vocazionari conoscono questo assillo quotidiano. In una lettera alle Suore della cucina di Casa Madre così scriveva nel lontano 1935: “Vengo a sapere che stamani non c’è stata colazione per tutta la comunità. Questo non deve succedere più. Quando il danaro non viene non è segno che il Signore ci condanna al digiuno, ma è segno che ci vuole provvedere per altre vie. La via della carità percorsa dalle nostre Suore. Non condannate al digiuno la Comunità… Sono ora quattordici anni che andiamo avanti così e sempre il Signore ci ha aiutato mediante la buona volontà delle nostre Suore.

Accrescete la fede e il coraggio con la preghiera. Né pretendo che andiate sempre di porta in porta. Rivolgetevi ora a uno ora a un altro fornitore a nome del Parroco e più a nome di Dio che in fine paga sempre “. Concetto che ha sempre ribadito in lettere successive: “Come vuole la regola, mettetevi al posto di S. Giuseppe e di Maria per aiutare a crescere il fanciullo Gesù negli eletti delle Vocazioni… vogliate dunque portare voi questa santa Croce senza gettarla ogni tanto sulle spalle dei sacerdoti, che già portano la croce dell’insegnamento, della disciplina della casa e altre che non sono manifeste. Gesù ci accresca la sua divina carità “. (31 ottobre 1939). Ultimamente suor Concetta, pensando che una impastatrice elettrica avrebbe fatto risparmiare danaro e fatica propose di comprarla. Don Giustino ammonì: “Compratela senza far debiti; badate che non vi dò un soldo… e non parlatene “.La suora prenotò i benefattori e, con le scadenze garantite, portò in casa il meccanismo. Il rettore che vide scaricare il ballone chiese : “cos’è codesto mobile?”. L’impastatrice divora ogni sera un quintale di farina. Le suore panificano, infornano e distribuiscono.