Pia Unione e Parroco

16.- LA PIA UNIONE. La sera del primo febbraio 1919, con l’approvazione del Vescovo Diocesano e il permesso del parroco locale, iniziò la pia unione, allo scopo di promuovere l’istruzione dei fanciulli, la cultura ascetico-missionaria tra i fedeli e per fiancheggiare l’opera nascente delle Divine Vocazioni. La Chiesa parrocchiale era gremita. La ricorrenza liturgica di S. Ignazio martire dette lo spunto all’esortazione: diventare ostia con l’Ostia. Divise le candidate in tre gruppi : le effettive alle quali impose il nastro dal colore liturgico, le aspiranti alle quali impose il laccio dal colore liturgico, le aggregate coniugate alle quali impose la coccarda sempre dal colore liturgico. La medaglia miracolosa completava i tre distintivi. Per tutta la vita egli propugnerà la spiritualità in piena aderenza alla liturgia; il bianco, il rosso, il verde, il viola richiamano e alimentano i sentimenti della spiritualità ufficiale, quella che scaturisce dal sacrificio della Croce. La Pia Unione ebbe l’incarico di costituire dei centri di preghiera in ogni cortile in preparazione alla consacrazione al S.Cuore. L’emulazione era vivissima. Il giovane sacerdote interveniva per gli ultimi preparativi. Addobbi estrosi, luci policrome, canti devoti animavano i cortili fino a tarda notte.

Ogni cortile consacrato riceveva un nome : “del Cuore Eucaristico “, dei “sette spiriti assistenti “… Fra le effettive ne scelse dodici – il numero dice tutto – e, con la benedizione del parroco Don Giosuè Scotto, le mandò a due e due per fare l’apostolato nelle frazioni: Masseria Grande, Romano, Pisani, Torre… I genitori lasciavano fare per la stima altissima che avevano del giovane sacerdote e fingevano di non vedere le figliole che lo seguivano alla Masseria Grande, dov’era cappellano, o a Torre Caracciolo per confessarsi (a Pianura non aveva ancora la facoltà) e per non perdere nessuna delle sue esortazioni. I giovani – invece – non vedevano tanto fervore. Anche i fratelli di Don Giustino, insufflati dal Clero locale, avanzarono delle riserve. Ciccillo, come fratello maggiore, se ne fece portavoce: “Mamma, sta accorta a Giustino !” Non temeva di lui, no! temeva solo di compromettersi con qualche spiritoso linguacciuto… ma non ce ne fu bisogno, mai. Il candore liliale del pio sacerdote disperdeva ogni nebbia. 17.- PARROCO. Sull’atrio della chiesa parrocchiale vi sono ampi locali. Le giovanette della pia unione vi si raccoglievano per pregare e lavorare a favore delle vocazioni.

Le cose andarono lisce fino a quando la sorella del parroco – che non era una pianurese e non poteva entusiasmarsi per un’opera pianurese di cui ignorava la lenta maturazione – influì sul fratello. Ci furono momenti di tensione e accenni di sfratto. Don. Giustino raccomandò alle giovanette di pregare assai. Non lo angustiava tanto la ricerca di un nuovo locale quanto l’irriducibile opposizione del Vescovo a permettere la vita comune. S.E. Mons. Farina nel luglio del 1920 l’invitò a Troia e gli offrì la direzione del seminario diocesano, più un convento dove avrebbe potuto sviluppare liberamente l’opera delle vocazioni. L’Amministratore Apostolico di Pozzuoli Mons. Pasquale Ragosta (Mons. Zezza era stato promosso all’arcivescovado di Napoli) non voleva perdere don Giustino. La Provvidenza intervenne con una soluzione imprevista e dolorosa: Don Giosuè Scotto mori inopinatamente di polmonite. Si costituì subito un comitato che oggi chiameremmo di “agitazione” e, nel periodo della vedovanza, una mattina Pianura si svegliò tappezzata di striscioni multicolori: “w. IL PAPA” – “w. IL VESCOVO” – “w. DON GIUSTINO PARROCO DI PIANURA”. A Don Giustino dispiacque.

Egli non intendeva concorrere, sia per conservare la libertà necessaria all’opera sia per deferenza al padrino Don Salvatore Di Fusco che aspirava al beneficio; invece il Vescovo intravide la soluzione della “faccenda Russolillo” proprio nella partecipazione di lui al concorso e, per convincerlo, gli mandò il canonico Causa. La decisione affermativa fu accolta da manifestazioni di giubilo incredibili. Il 20 settembre 1920 una carrozza rilevò il neo-eletto al Vomero dove si era ritirato presso i Domenicani in esercizi spirituali. Salì sul pulpito con la cotta, la stola, l’anello donati dai filiani entusiasti ed esordì col “motto-programma” stampato anche sul ricordino: “Filius hominis non venit ministrari sed rninistrare et dare animam suam redemptionem pro multis “. Un imponente corteo l’accompagnò a casa. Intervennero, fra gli altri, e lo fiancheggiarono i Gesuiti e i Camaldolesi – vita attiva e vita contemplativa – il felice connubio che avrebbe realizzato Don Giustino “la contemplazione nell’azione e l’azione per la contemplazione”. Solo Don Salvatore Di Fusco, in un momento di comprensibile disappunto, si lasciò sfuggire: “E’ capitato il mondo in mano agli imberbi “.